lunedì 16 dicembre 2013

Letture di Stefano Ebert

LUNE DIVERSE

In questo libro Lune diverse (ed. Il Filo) di Giovanna Lupi, esperta nell'arte figurativa al suo debutto letterario, si narra la storia della felina Pamela e della pittrice Eufrosine, nella cui casa gatta e padrona si accudiscono vicendevolmente. Siamo infatti nella dimensione di una favola, ma ricamata su una trama realistica, dove le vicende degli umani s'intrecciano con quelle degli animali domestici. Ciò permette all'autrice di rendere plausibile ogni invenzione, comica o drammatica, le più adatte a rappresentare le miserie e le nobiltà del vivere quotidiano.

I racconto è strutturato in tre capitoli, quasi un trittico a comporre una vivace pittura di caratteri e di situazioni. Una commedia che potrebbe svolgersi in uno di quei "baluardi di antiche inciviltà", vagamente indicato dalla ironica Lupi che lo segnala come "quel posto proverbiale nelle campagne venete, come si chiama?". Il nome sarebbe quello della città nostra dei magnagati, naturalmente.

Nel capitolo primo ci troviamo in mezzo agli abitanti di un quartiere cittadino, umani messi in allarme da un miagolio insistente. In particolare si agitano l'accidiosa Eufrosine, poi l'invadente Amelia con il marito manesco, quindi i vigli del fuoco che arrivano dopo tre giorni per il salvataggio. Mentre la gatta Pamela, trascurata e ingelosita, sceglie l'esilio fuori di casa.

Nel secondo atto vanno in scena le pene d'amore della smorfiosa Pamela, diffidente con i suoi simili di pelo e di pelliccia, indecisa tra il gattone Torsolo, bellimbusto che ne approfitta, e il randagio idealista Gechele con la vocazione del predicatore. Il quale Gechele, buttandosi in politica, diventa il partito migliore per la gatta ambiziosa caduta in stato depressivo.

Infine, nel capitolo in coda, le fila si riannodano intorno alla stravagante Eufrosine e al medico Valoroso Valente, veterinario va da sé, che dopo una esistenza da solitari incartapecoriti capiscono di essere fatti l'uno per l'altra, ritrovandosi per la sepoltura di un gatto. E la vita rifiorisce, sulle macerie delle illusioni crollate come i muri di una vecchia casa in demolizione.

L'autrice ha buon gioco nel rappresentare le ragioni del cuore e le ragioni dell'arte, impersonate da Eufrosine, con i sogni e le frustrazioni degli altri protagonisti tirati in ballo, cani paciosi e gatti rissosi. E ciò grazie al suo sguardo disincantato che ammicca senza malizia, e al suo stile pungente che graffia senza lacerare. La levità del suo tocco rende leggero anche il bagaglio che la narrazione potrebbe portarsi dietro, con tutto il corredo delle reminiscenze artistiche e letterarie e dei riferimenti di genere, da Esopo a Fedro e ai bestiari medievali, e da La Fontaine fino agli animali parlanti dei fumetti e dei cartoni animati.

Soprattutto, a differenza della favola classica, nessun intento didascalico pesa a moraleggiare nel racconto di Giovanna Lupi, dove non s'indulge agli ismi di moda, su cui si adagiano i mediocri con le loro irritanti banalità. Spira un soffio di fiducia nelle sue pagine, a dispetto dei menagramo, e nonostante qualche luna per traverso tra le lune platoniche e le lune malinconiche del suo firmamento. Nel suo bel racconto alcune espressioni potranno suonare esuberanti, ci sarà pure qualche sbandata con cadute di tono, una speditezza di scrittura che procede alla garibaldina, ma ciò non infirma una felice riuscita di abile tessitura narrativa, di un'opera sincera, fatta con sensibilità fuori da ogni moralismo e sentimentalismo.

(2009)


IL SEGRETO NELLO SGUARDO

Donna indipendente, protagonista nella storia dell'arte, Rosalba Carriera dovrebbe essere contenta del bel libro che le ha dedicato Valentina Casarotto. Si direbbe che la pittrice veneziana del Settecento (vissuta dal 1673 al 1757) abbia trovato nella scrittrice vicentina di oggi la sua migliore allieva e interprete. Nelle pagine de Il segreto nello sguardo (Angelo Colla Editore) si ritrovano, infatti, i pregi e lo stile propri della rinomata artista della miniatura e del pastello, ossia grazia e misura, non prospettive e impalcature complesse. Geometrie che non interessavano la intraprendente "zitella" pittrice, celebre ritrattista di un mondo musicalmente intonato alla suite e al minuetto, non alla fanfara e al passo di marcia, e che già da miniaturista quindicenne, a bottega da un pittore "come fossi un maschio", ci teneva ai risultati.

Dunque un libro ben riuscito, che rende conto della temperie storica e del successo a Venezia dell'opera di Rosalba Carriera e nelle corti d'Europa, con un lusinghiero soggiorno a Parigi, scritto in maniera non pedante, bensì in forma vivace e diretta nelle scene e nei dialoghi ricreati da una studiosa competente, quale è Valentina Casarotto. Una scrittrice d'intuitiva arguzia che, introducendo il lettore nell'atelier dell'artista, sa tratteggiare con gusto quella società cosmopolita di patrizi e di borghesi, i quali amavano mettersi in maschera, ma non per mascherarsi, bensì per meglio rivelarsi fingendosi in incognito. Cosicché la ricercata maestra del pastello Rosalba, con le sue riflessioni sui colori e la tecnica di esecuzione, aveva modo di fissare sulla carta con perspicacia le fattezze dei committenti, regnanti e commedianti, scrutandone la luce negli occhi quali specchi di verità.

In questo documentato romanzo biografico e di stimolante fantasia, dove gli episodi si svolgono tra entusiasmi e malinconie, successi e fallimenti, nobiltà d'animo e inevitabili rivalità, tutto è visto con un sorriso nello sguardo, come li vede la protagonista Rosalba nei suoi ricordi di settantenne. Vincendo il buio doloroso che cominciava ad avvolgerla negli ultima anni della sua vita, pubblica e privata, trascorsa tra gentiluomini al potere e gentildonne come lei emergenti nel campo della cultura. Per questo omaggiata senza riserve, come le si rivolge nel racconto il Reggente duca di Orléans: "Nel secolo della vanagloria sembrate un po' démodé per il vostro comportamento schivo, ma molto moderna per come interpretate il vostro ruolo sociale".

Una operosa esistenza nutrita di affetti famigliari, condivisi con le due sorelle, nonché di coltivate amicizie artistiche e letterarie, eccezionalmente eletta all'Accademia a Roma e a Parigi, e con una raccolta d'arte, Das Kabinett der Rosalba, a lei intitolata a Dresda. Oltretutto non dimentica di qualche perduto amore, nella persona di un diplomatico inglese e particolarmente del pittore Antoine Watteau, il più acuto dei suoi rimpianti di "innamorata, corrisposta, ma sola". Con la consolazione che il racconto della sua vicenda umana e artistica, da Valentina Casarotto affettuosamente rievocata, l'avrebbe fatta sempre rivivere, in compagnia dei contemporanei da lei immortalati nella realtà di ritratti impagabili.

(2012)


TRAME PER CINQUE

Il volumetto Trame x 5 (Editrice Veneta), in cui si sono cimentate le scrittrici Rossana Agnolin, Cinzia Albertoni, Catia De Tomasi, Greta Rech, Elisa Zaccaria, pure con il suo titolo, da breve messaggio sms, è molto più serio di come lo presenta il prefatore giornalista un po' goliardico. Le stesse autrici, allo studio Scaletta 62 di Luciana Peretti, il dì festivo 8 dicembre, nel proporre il loro florilegio davano una immagine coscienziosa del lavoro svolto a più voci, frutto di amichevoli riunioni e discussioni.

Che le donne scrivano, oltre che leggere più degli uomini, non è una novità. I circoli femminili (un tempo salotti) sono sempre stati uno stimolo alla cultura, e libri manoscritti si facevano senza ricorrere alla stampa, con la raccolta e la legatura di lettere che le donne amavano scambiarsi sui più vari argomenti. Nella collaborazione letteraria tra donne, le sorelle Brontë sono un esempio, come pure Louisa May Alcott che con Piccole donne dava il primo libro che, nella narrativa per ragazzi, metteva al centro le ragazze protagoniste. Anche se una ansiosa Virginia Woolf a cui allude una delle autrici, Elisa, alla voce "Frustrazione", voleva "una stanza tutta per sé" dove poter scrivere in tranquillità.

Allora si trattava di una scelta d'indipendenza e di emancipazione, vedi una George Sand o una Sibilla Aleramo. Ora la consapevolezza femminile si svolge su un altro piano, nella rivendicazione di un giusto riconoscimento, e questo zibaldone in ordine alfabetico di cinque donne, con echi della moderna letteratura, ne è la conferma.

Infatti l'affermazione "sono scrittrice per essere", di Rossana in "Acrostico", è certo un manifesto di vita, come il tradurre in prosa quel che la vita offre di Greta, che in "Questa sono io" lo motiva affinché "non si perda nella distrazione quotidiana". E che in questo gruppetto di "penne rosa", non a caso virgolettate da Catia alla voce "Donne", il gioco consista nell'impegnarsi seriamente nel racconto e nella riflessione, viene ribadito nel finale dello "Zibaldone" tutto al femminile, dove Cinzia ricapitola l'avventura letteraria dicendo che "ognuna di noi ha consegnato a queste pagine una scheggia di sé".

Lo scrivere dunque rima perfettamente con vivere, quando anche gli ossimori, i tautogrammi, le invenzioni verbali, e ogni futuristica parola in libertà, in cui fanno a gara le amiche "ginnaste della penna", sono una manifestazione di una esigenza di vita più libera e responsabile.

(2012)